Hideo Kojima va a connettere il suo conto corrente in Arabia Saudita, come un Renzi qualsiasi
Che c'entra Kojima con una conferenza dedicata all'eSport?
Le polemiche di Tito sulla centesima venalium, una tassa messa dal padre Vespasiano sulla raccolta dell’urina nei bagni pubblici romani, fanno ormai sorridere, soprattutto se confrontate ai comportamenti di alcuni personaggi moderni. La celebre locuzione “pecunia non olet” è quantomai attuale, anche se andrebbe ampliata specificando che sui conti correnti digitali non solo i soldi non puzzano, ma non mostrano nemmeno macchie di sangue.
Il mondo dei videogiochi frequenta ormai con sempre più convinzione l’Arabia Saudita, dove il principe Mohammad bin Salman e la sua banda gestiscono il fondo d'investimento pubblico saudita (PIF), che ha investito pesantemente nel Savvy Games Group (una compagnia che si occupa di investimenti, sviluppo, pubblicazione ed esport). Si tratta dello stesso gruppo che sta rastrellando partecipazioni nelle più grandi aziende di videogiochi mondiali, forte di capitali enormi, e che cerca di accreditarsi tra i grandi del settore.
La nuova occasione per farlo sarà l’Esports World Cup Festival di Riad, in concomitanza del quale si svolgerà anche la New Global Sport Conference (NGSC 2025), che vanterà diversi ospiti d’eccezione provenienti dalle industrie videoludiche di tutto il mondo.
Salman è accusato di diversi crimini contro l’umanità, tra cui l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, il cui processo farsa, svoltosi in patria e concluso nel 2019, ha portato alla condanna di otto capri espiatori, come sottolineato da Lynn Maalouf di Amnesty International: “Questo verdetto costituisce un insabbiamento e non rappresenta alcuna forma di giustizia, né per Jamal Khashoggi né per i suoi cari. Il processo si è svolto a porte chiuse, senza osservatori indipendenti e senza che trapelasse alcuna informazione sullo svolgimento delle indagini e sulle procedure seguite“.
“La sentenza non fa luce sul coinvolgimento delle autorità saudite in quel crimine devastante né chiarisce dove si trovino i resti di Jamal Khashoggi“, ha aggiunto la direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International, per poi concludere: “I tribunali sauditi sono soliti negare il diritto alla difesa ed emettere condanne a morte al termine di processi gravemente irregolari. Data la mancanza di trasparenza delle autorità saudite e l’assenza di un sistema giudiziario indipendente, solo un’indagine internazionale, indipendente e imparziale potrà dare giustizia per Jamal Khashoggi“.
Ricapitolando, il processo si è svolto a porte chiuse, senza osservatori indipendenti e senza che venissero tirate in ballo le responsabilità oggettive delle autorità arabe.
Ricordiamo che nel 2018 Khashoggi fu torturato e ucciso nel consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul, dove si era recato per avere dei documenti necessari per il suo matrimonio. Probabilmente, l’esecuzione avvenne per aver scritto articoli apertamente critici verso il principe bin Salman e verso il re Salman. Le autorità saudite presenti sul posto provarono a manipolare e a negare in tutti i modi il coinvolgimento nell’omicidio, nonostante le prove trovate dalla polizia turca puntassero tutte in quella direzione.
Il 16 novembre 2018 i servizi segreti USA conclusero, basandosi su varie fonti d’intelligence, che Mohammad bin Salman è stato il mandante del brutale delitto. Tra le prove spicca un'intercettazione telefonica del fratello del principe, Khalid bin Salman, all'epoca ambasciatore saudita negli Stati Uniti, che disse a Khashoggi di recarsi al consolato saudita a Istanbul per ritirare i documenti necessari per il suo matrimonio, assicurandogli che sarebbe stato al sicuro. Non è chiaro se Khalid fosse a conoscenza del piano, ma la telefonata sarebbe stata fatta su ordine del fratello.
Comunque sia, per quanto quello Khashoggi sia stato il caso ad aver avuto maggiore risonanza a livello mediatico anche in occidente, non è l’unico di violazione dei diritti umani in Arabia Saudita, che ricordiamo essere uno dei paesi con il più alto tasso di condanne a morte per crimini comuni al mondo. In particolare, negli ultimi anni c’è stata una grossa impennata delle esecuzioni di stranieri per droga.
“Il continuo e spietato uso della pena di morte da parte delle autorità saudite al termine di processi gravemente iniqui non solo mostra un agghiacciante disprezzo per la vita umana ma, per quanto riguarda la sua applicazione per reati di droga, costituisce anche una clamorosa violazione delle norme e degli standard internazionali”, ha dichiarato Kristine Beckerie, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.
Insomma, alla corte di uno come bin Salman ti aspetti di vedere un Yves Guillemot qualsiasi (il CEO di Ubisoft), che in fondo non ti stupiresti di trovare nemmeno in un bar pieno di mafiosi o nel cortile dove si sta svolgendo una gara clandestina di combattimenti tra cani, dato come è riuscito a chiudere gli occhi per anni di fronte a quanto avveniva all’interno della sua compagnia. La storia stessa della fondazione di Ubisoft parla abbastanza chiaro.
Anche Joshua Taub, il COO di Activision Blizzard, compagnia posseduta da Microsoft, sta benissimo in loco, vuoi per i Call of Duty, vuoi per la nostalgia dell’ex CEO, Bobby Kotick e vuoi per la casa madre cui riferisce. Quante volte ho immaginato Satya Nadella, il CEO di Microsoft, sorseggiare succo di frutta BIO raccontando amabilmente al suo amico bin come ha funzionato bene la sua tecnologia di IA e cloud nel monitoraggio dei cittadini palestinesi, massacrati a decine di migliaia da Israele? Tante. Come diceva qualcuno, di cui non ricordo il nome, se uccidi una persona sei un assassino, se contribuisci a un genocidio è capitalismo. Va bene, scrollatina di spalle, non aumentate il Game Pass, metteteci dentro anche il prossimo Call of Duty, sennò rendete tristi i bambini di 40 anni occidentali, e facciamo finta di niente, continuandoci a porre una questione decisamente più importante: è sostenibile? Suvvia, abbiamo le nostre priorità.
Applichiamo lo stesso cinismo anche con Dan Clancy, il CEO di Twitch… che vuoi aspettarti dal CEO di Twitch? E, perché no, facciamo lo stesso con Shuji Utsumi, e Toshimoto Mitomo, il primo presidente di SEGA, il secondo CSO di Sony. A Riad ci sono i soldi e si parlerà di eSport. E soldi, soprattutto. Quindi non potevano mancare. Inoltre ci saranno un sacco di giocatori professionisti che renderanno l’occasione piacevolissima aggiungendo la parola “fun” a ogni frase, ammaestrati a non dire niente di politicamente sconveniente mentre siedono su costosissime sedie illuminate da luci al neon. Del resto, loro fanno bene a provare affetto per Salman, uno dei pochi al mondo a credere ancora nel settore eSport.
Hideo, te trasformato in un Renzi qualsiasi però no. Stai sempre lì a menarla con i meme, con il lasciare un’eredità positiva a chi verrà dopo di te, con le potenzialità espressive dei videogiochi. Ogni parola che dici o posa che prendi è per ricordarci che sei un autore, tanto che nei Death Stranding abbiamo accettato anche di lavorare come fattorini per mettere nelle mani di una multinazionale le connessioni delle genti del mondo, in una delle distopie più ridicole raccontate in un videogioco (ma nel secondo capitolo ci sono dei balletti eccezionali). Le abbiamo digerite tutte, solo per avere almeno un nome da sbandierare contro quelli che continuano a considerare il medium videoludico uno dei mali del mondo. E tu che fai? Vai a caccia di piccioli da Salman? Il 23 agosto? Intervenendo anche alla sua conferenza? Lo fai per ripicca contro il tuo amico Keighley non ti ha invitato all’Opening Night Live della gamescom 2025? Oppure, anche questa volta ci nascondi qualcosa?





La versione in piccolo di ricaricare il proprio conto corrente scrivendo news e articoli clickbaiting sul Multiplayer. Ah cosa non si fa pur di guadagnare qualche soldo.